MARY ANCHETA: L'INTERVISTA ALLA MUSICISTA CANADESE PER IL NUOVO ALBUM 'WHEN THE LIGHT COMES TO PLAY' DEL NUOVO PROGETTO MA:Q
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12/06/2026 | dl
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MA:Q ha un groove molto fluido e cinematografico, a tratti quasi notturno. Quanto è importante per te l'idea di creare una vera atmosfera attraverso la musica?
La parola notturno risuona molto con me. Forse è la mia esperienza nella composizione di colonne sonore, ma sono una persona molto visiva e credo che l'idea di creare un'atmosfera attraverso la musica sia fondamentale. C'è qualcosa di speciale nell'entrare in un mondo che abbiamo costruito attraverso il suono dal momento stesso in cui qualcuno preme play. A volte mi chiedo perfino quale sia il momento della giornata più adatto per ascoltare un album. Non era intenzionale, ma questo disco dà davvero l'impressione di essere pensato per le ore tarde della notte. Molta della musica che amo ha una forte componente cinematografica. Di notte la mente può correre libera tra infinite possibilità e sento di riuscire a osservare i dettagli più da vicino senza perdere di vista l'insieme.
“When The Light Comes To Play” è un brano ipnotico e profondamente immersivo. Come è nato?
Ho iniziato scrivendo la linea di basso, che poi il pianoforte ha raddoppiato. La ripetizione di quel pattern crea una sorta di stato meditativo, quasi trance. Successivamente ho composto una melodia sincopata che si muove contro la linea di basso, generando tensione sopra il ritmo incalzante. Questa melodia viene eseguita sia dalla mano destra del pianoforte sia dal sax tenore. Inoltre, l'assolo di sax mi trasmette la sensazione di un movimento che si libra dall'alto. Credo che sia proprio la combinazione di ripetizione, ritmo e sincopi a costruire quella sensazione di immersione profonda.
Anche se l'album è radicato nel jazz, si percepiscono influenze soul, texture elettroniche e persino vibrazioni vicine alla cultura club. Quanto ti senti libera oggi di andare oltre i confini tradizionali del jazz?
Mi sento molto libera di andare oltre i confini del jazz tradizionale. Essendo un'artista indipendente, le uniche aspettative che devo soddisfare sono le mie. La vita è breve e non sento il bisogno di restare ancorata a una tradizione. Rispetto profondamente la storia del jazz, ma credo anche che ci sia spazio per molte cose diverse allo stesso tempo. Sono cresciuta ascoltando musica sia nei club e sulle piste da ballo sia nei locali dove si suonava dal vivo. Credo che il pubblico abbia la capacità e il desiderio di essere messo alla prova.
“20 Feet From The Street”, con Mike Stern, ha un'energia davvero particolare. Com'è stato lavorare con una leggenda come lui?
È stato un onore assoluto collaborare con un musicista come Mike Stern, che ha alle spalle una storia incredibile accanto a nomi straordinari come i Brecker Brothers, Jaco Pastorius, Blood, Sweat & Tears, Billy Cobham e Miles Davis, solo per citarne alcuni. Per anni, quando andavo a New York, cercavo sempre di vederlo dal vivo al 55 Bar. Ancora oggi faccio fatica a credere che abbia suonato in un mio brano. Mike è una fonte continua di ispirazione ed è esattamente la persona gentile e disponibile che ci si immagina.
Oggi molte persone vivono il jazz in contesti molto diversi rispetto al passato: festival elettronici, listening bar, cultura club. Come vedi questa evoluzione?
Trovo molto entusiasmante questa evoluzione del modo in cui il jazz viene vissuto e scoperto. Il jazz può significare cose diverse per persone diverse e penso che tutto questo contribuisca a mantenere viva l'arte e a spingerla in avanti. Penso ai brani originali e alle reinterpretazioni, ma anche agli artisti che costruiscono nuovi lavori campionando registrazioni del passato. Mi sembra un processo ciclico. E se questo permette alle nuove generazioni di scoprire artisti che altrimenti non avrebbero mai conosciuto, allora significa che lo spirito di quella musica continua a vivere. Ricordo, per esempio, di aver assistito a Shanghai a una performance di drum'n'bass con un sassofonista e un DJ all'interno di un ex rifugio antiaereo.
C'è un disco, un artista o una scena contemporanea con cui senti una particolare affinità nel mondo sonoro di MA:Q?
Direi sicuramente Alfa Mist e Boards of Canada. La loro musica mi appare molto cinematografica pur mantenendo una forte componente ritmica e momenti di improvvisazione. Negli ultimi tempi sto ascoltando molto anche ciò che pubblica la label International Anthem. Lì stanno emergendo artisti davvero entusiasmanti.
Se dovessi descrivere MA:Q come un luogo o un momento della notte, quale sarebbe?
Che bella domanda. Se dovessi immaginare MA:Q come un momento della notte, vedrei una persona che osserva il panorama di una città dall'alto. Potrebbe essere il Giappone, l'Australia oppure Montréal. Il brano che meglio rappresenta questa immagine, per me, è “Awaken”. Le ore notturne hanno qualcosa di speciale: concedono spazio ai sogni e permettono all'immaginazione di espandersi.
La parola notturno risuona molto con me. Forse è la mia esperienza nella composizione di colonne sonore, ma sono una persona molto visiva e credo che l'idea di creare un'atmosfera attraverso la musica sia fondamentale. C'è qualcosa di speciale nell'entrare in un mondo che abbiamo costruito attraverso il suono dal momento stesso in cui qualcuno preme play. A volte mi chiedo perfino quale sia il momento della giornata più adatto per ascoltare un album. Non era intenzionale, ma questo disco dà davvero l'impressione di essere pensato per le ore tarde della notte. Molta della musica che amo ha una forte componente cinematografica. Di notte la mente può correre libera tra infinite possibilità e sento di riuscire a osservare i dettagli più da vicino senza perdere di vista l'insieme.
“When The Light Comes To Play” è un brano ipnotico e profondamente immersivo. Come è nato?
Ho iniziato scrivendo la linea di basso, che poi il pianoforte ha raddoppiato. La ripetizione di quel pattern crea una sorta di stato meditativo, quasi trance. Successivamente ho composto una melodia sincopata che si muove contro la linea di basso, generando tensione sopra il ritmo incalzante. Questa melodia viene eseguita sia dalla mano destra del pianoforte sia dal sax tenore. Inoltre, l'assolo di sax mi trasmette la sensazione di un movimento che si libra dall'alto. Credo che sia proprio la combinazione di ripetizione, ritmo e sincopi a costruire quella sensazione di immersione profonda.
Anche se l'album è radicato nel jazz, si percepiscono influenze soul, texture elettroniche e persino vibrazioni vicine alla cultura club. Quanto ti senti libera oggi di andare oltre i confini tradizionali del jazz?
Mi sento molto libera di andare oltre i confini del jazz tradizionale. Essendo un'artista indipendente, le uniche aspettative che devo soddisfare sono le mie. La vita è breve e non sento il bisogno di restare ancorata a una tradizione. Rispetto profondamente la storia del jazz, ma credo anche che ci sia spazio per molte cose diverse allo stesso tempo. Sono cresciuta ascoltando musica sia nei club e sulle piste da ballo sia nei locali dove si suonava dal vivo. Credo che il pubblico abbia la capacità e il desiderio di essere messo alla prova.
“20 Feet From The Street”, con Mike Stern, ha un'energia davvero particolare. Com'è stato lavorare con una leggenda come lui?
È stato un onore assoluto collaborare con un musicista come Mike Stern, che ha alle spalle una storia incredibile accanto a nomi straordinari come i Brecker Brothers, Jaco Pastorius, Blood, Sweat & Tears, Billy Cobham e Miles Davis, solo per citarne alcuni. Per anni, quando andavo a New York, cercavo sempre di vederlo dal vivo al 55 Bar. Ancora oggi faccio fatica a credere che abbia suonato in un mio brano. Mike è una fonte continua di ispirazione ed è esattamente la persona gentile e disponibile che ci si immagina.
Oggi molte persone vivono il jazz in contesti molto diversi rispetto al passato: festival elettronici, listening bar, cultura club. Come vedi questa evoluzione?
Trovo molto entusiasmante questa evoluzione del modo in cui il jazz viene vissuto e scoperto. Il jazz può significare cose diverse per persone diverse e penso che tutto questo contribuisca a mantenere viva l'arte e a spingerla in avanti. Penso ai brani originali e alle reinterpretazioni, ma anche agli artisti che costruiscono nuovi lavori campionando registrazioni del passato. Mi sembra un processo ciclico. E se questo permette alle nuove generazioni di scoprire artisti che altrimenti non avrebbero mai conosciuto, allora significa che lo spirito di quella musica continua a vivere. Ricordo, per esempio, di aver assistito a Shanghai a una performance di drum'n'bass con un sassofonista e un DJ all'interno di un ex rifugio antiaereo.
C'è un disco, un artista o una scena contemporanea con cui senti una particolare affinità nel mondo sonoro di MA:Q?
Direi sicuramente Alfa Mist e Boards of Canada. La loro musica mi appare molto cinematografica pur mantenendo una forte componente ritmica e momenti di improvvisazione. Negli ultimi tempi sto ascoltando molto anche ciò che pubblica la label International Anthem. Lì stanno emergendo artisti davvero entusiasmanti.
Se dovessi descrivere MA:Q come un luogo o un momento della notte, quale sarebbe?
Che bella domanda. Se dovessi immaginare MA:Q come un momento della notte, vedrei una persona che osserva il panorama di una città dall'alto. Potrebbe essere il Giappone, l'Australia oppure Montréal. Il brano che meglio rappresenta questa immagine, per me, è “Awaken”. Le ore notturne hanno qualcosa di speciale: concedono spazio ai sogni e permettono all'immaginazione di espandersi.
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